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venerdì 15 giugno 2012

Cuore di carne



Il termine che noi traduciamo con "cuore" è uno dei più usati nella Bibbia. Ma esso ha un significato molto più denso di quello che gli hanno attribuito il devozionalismo misticheggiante o quella sorta di sentimentalismo laico da "posta del cuore".

La solennità del Cuore di Cristo, che si celebra il 27 Giugno, è una devozione che fu divulgata soprattutto in seguito alle rivelazioni avute tra il 1673 e il 1689 da una mistica francese dell' Ordine della Visitazione (fondato da san Francesco di Sales), santa Margherita Maria Alacoque, nata nel 1647 e morta nel 1690 nel monastero di Paray-le-Monial (Saona e Loira).
Il cuore di Gesù è certamente un tema ormai classico della fede e della devozione cristiana e, in particolare, cattolica, ma esso affonda le sue radici nelle pagine bibliche che meritano di essere sfogliate al riguardo, proprio per togliere quella patina di pietismo popolare e di sacralismo liquoroso che sembra essergli attaccato dopo qualche secolo di devozionalismo.

Se ci affidiamo alla statistica lessicale, dobbiamo riconoscere che l'ebraico (e aramaico) leb e il suo equivalente lebab risuonano attorno alle 860 volte nell'Antico Testamento, attestandosi allo stesso livello di occorrenze della parola 'ajin, "occhio", poco dopo il cinquantesimo posto nella lista dei termini più usati dalle Scritture sacre ebraiche.

Col termine kardíá del greco neotestamentario si giungerebbe a un migliaio di presenze testuali.
Un vocabolo significativo, quindi, e curiosamente applicato soprattutto all' uomo: nell' Antico Testamento solo 26 volte si parla antropomorficamente del cuore di Dio e nel Nuovo Testamento una sola volta in modo esplicito si presenta quel cuore di Cristo che poi avrebbe avuto così tanto rilievo nella pietà ecclesiale.

Ma la sorpresa è da cercare in particolare al livello dei significati. Basta, infatti, prendere tra le mani un qualsiasi dizionario biblico per trovare definizioni di questo genere: «Per noi occidentali, il termine "cuore" evoca soprattutto la vita affettiva. Un cuore può essere innamorato, ma anche sensibile, generoso, caritatevole o coraggioso. Un uomo può avere un cuore d'oro o un cuore di pietra, può essere senza cuore o avere il cuore in mano. Per la Bibbia invece, il cuore è una realtà più ampia, che include tutte le forme della vita intellettiva, tutto il mondo degli affetti e delle emozioni, nonché la sfera dell' inconscio in cui affondano le radici tutte le attività dello spirito» (così M.Cocagnac in "I simboli biblici", Dehoniane, 1994).

Siamo, perciò, ben lontani dall'accezione a cui ci hanno abituati, da un lato, il sentimentalismo laico (la "posta del cuore") e, d'altro lato, il devozionalismo misticheggiante.

Vorremmo ora, sia pure in modo molto semplificato, illustrare i significati vari del "cuore" biblico che, pur nella sua dominante simbolica, non perde il suo ancoraggio fisiologico.
Non manca, infatti, la descrizione di un infarto (o arresto cardiaco o emorragia cerebrale o apoplessia): «Il cuore gli si tramortì nel petto e diventò come pietra», si dice di un avversario di Davide, Nabal, che dieci giorni dopo muore (1Samuele 25, 37-38).
Il profeta Geremia per la sua sofferenza interiore sente scoppiare le pareti del cuore » (4, 19).
Anzi, in eraico si conia un verbo onomatopeico per descrivere il battito cardiaco, secharchar.

Ma il cuore è soprattutto un segno di interiorità.
Così il libro dei Proverbi è lapidario: «Il cuore intelligente cerca la conoscenza» (15, 14) e «il cuore saggio rende prudenti le labbra» (16, 23). Per questo il salmista prega Dio così: «Insegnaci a contare i nostri giorni e conquisteremo un cuore sapiente » (90, 12).
Curiosa è la locuzione «pensare in cuor suo/ loro», che sta semplicemente per un «pensarci», oppure «parlare al cuore» o «dire in cuor proprio», da intendere come il nostro «riflettere». «Rubare il cuore» di un altro significa «fargli perdere la testa, ingannarlo», Come la «mancanza di cuore» non è la crudeltà ma la stupidità.
Salomone, alla vigilia della sua intronizzazione, chiede a Dio «un cuore docile perché sappia rendere giustizia al popolo e sappia distinguere il bene dal male»; «al Signore piacque», commenta l'autore sacro, « che Salomone avesse domandato la saggezza nel governare» (1Re 3, 9-10).
Si ricordi, comunque, che l'intelligenza biblica non è mai mera attività intellettuale ma sapienza ed esperienza, conoscenza e moralità.

E' facile, allora, comprendere come il cuore divenga anche la sede della volontà, delle decisioni e dell'etica.
Ancora una volta lapidario è il libro dei Proverbi: «Il cuore dell'uomo determina la sua vita» (16, 9). L'augurio che il salmista rivolge al re ebraico è questo: «Ti conceda (il Signore) quanto anela il tuo cuore e faccia riuscire ogni tuo progetto! »(20, 5).
In negativo c'è «il cuore che trama progetti perversi »(Proverbi 6, 18). E' in questa luce che nasce la curiosa e frequente immagine del cuore «ingrossato/ ingrassato o indurito» che è la rappresentazione dell' ostinazione e della pertinacia nel male. E' quindi necessario «circoncidere il cuore» e non solo il prepuzio (Deuteronomio 10, 16) perché è dal cuore - come notava Gesù - che «escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, suicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Marco 7, 21-22).

Al contrario, l'appello a decidere e a scegliere il bene è formulato così: «Tutto ciò che è nel tuo cuore va' e mettilo in opera!» (2Samuele 7, 3). Il «cuore puro», invocato dal salmista (51, 12), è la volontà ferma che opta per la giustizia. E la scelta di vita esemplare in sede religiosa e morale è formulata dal famoso Shema', il passo biblico usato quasi come emblema di fede dal giudaismo, in questi termini: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta la tua anima e con tutte le tue forze» (Deuteronomio 6, 5), frase cara anche a Gesù che la varierà introducendo - forse su influsso greco dei redattori evangelici - anche la "mente": «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Matteo 22, 37).

Il cuore è, dunque, espressione anche della cosciente determinazione e dedizione della volontà, ed è grazia divina avere un cuore aperto al bene e non "impietrito" nella decisione perversa. Suggestive le parole divine proclamate dal profeta Ezechiele: «Io darò loro un altro cuore ... : toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne» (11, 19).

Avere una religione del cuore allora, non significa entrare in una spiritualità sentimentale ed effervescente quanto piuttosto pensare, decidere e operare secondo verità e giustizia.
Questo, però, non esclude che il cuore biblico celi al suo interno anche la dimensione affettiva e passionale.
Stupenda è l'immagine di Isaia: «Il cuore freme come fremono gli alberi del bosco, agitati dal vento» (7, 2). Il cuore diventa molle e si scioglie come cera per la paura (Salmo 22, 15) o si dissolve in acqua per il terrore (Giosuè 7, 5). E' roso dall' invidia per il successo dei peccatori, osserva il libro dei Proverbi (23, 17) che ammira «il cuore calmo, vita di tutto il corpo, mentre quello agitato è tarlo per le ossa» (14,30), e che esalta «il cuore allegro che rischiara il volto», «il cuore contento che fa bene al corpo», mentre depreca «il cuore triste che indica uno spirito depresso» (15, 13; 17, 22).

L'innamoramento è così cantato dall' amato del Cantico dei cantici: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo!» (41 9), mentre il giorno delle nozze diventa nel linguaggio semitico «il giorno della gioia del cuore».

Una gioia che è indotta più prosaicamente pure dal vino «che rallegra il cuore dell' uomo» (Salmo 104, 15), anche se è in agguato il rischio dell' offuscamento mentale: « Non guardare il vino quando rosseggia e scintilla nella coppa.... finirà col morderti come un serpente... e il tuo cuore dirà cose sconnesse » (Proverbi 23, 31-33).

In questa linea "passionale" il cuore si trasforma in simbolo del desiderio e della bramosia: « Non nutrire nel tuo cuore bramosia per la bellezza » della moglie del tuo vicino, ammonisce il sapiente (Proverbi 6, 2 5), pronto ad aggiungere anche una raffinata notazione di psicologia: « Un' attesa troppo lunga fa male al cuore, mentre il desiderio soddisfatto è un albero di vita » (13, 12).

Vorremmo concludere questo nostro essenziale itinerario nel piccolo mondo del cuore, secondo la Bibbia, con un profilo più strettamente " teologico".
Sì, per la Bibbia anche Dio ha un cuore che, più o meno, ricalca al positivo le esperienze del cuore umano: « Il volere del Signore rimane in eterno, i pensieri del suo cuore di età in età » (Salmo 33, 11). Anche il cuore di Dio, perciò, pensa e vuole come fa quello della sua creatura. Anzi, prova gli stessi sentimenti e passioni, secondo quanto è attestato in quello stupendo soliloquio in cui Dio appare come padre pieno d'amore per il Figlio, soliloquio riferito dal profeta Osea: «Come potrei abbandonarti Israele ...? Il mio cuore si commuove dentro di me, tutte le mie viscere fremono di passione ... » (11, 8). E' per questo che il Signore dichiara a Salomone: « I miei occhi e il mio cuore saranno lì di continuo» nel tempio di Sion, in mezzo all' umanità (1 Re 9, 3).

Cristo entra in scena con questi sentimenti di amore e vicinanza nei confronti di chi lo cerca e di tutti coloro che lo circondano.
Ma è solo una volta che si fa esplicitamente menzione del suo cuore (anche nel celebre episodio del costato trafitto dalla lancia del soldato, l'evangelista Giovanni non usa il termine "cuore").
E' in un mirabile appello riferito solo da Matteo: « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero» (11,28-30). Dio - si dice negli Atti degli Apostoli (1, 24 e 15, 8) - è kardiognóstes, cioè "conoscitore dei cuori", delle coscienze, dell' intimo più segreto dell' uomo. Cristo, invece, svela il suo stesso intimo all'umanità e lo rivela segnato dalla mitezza e umiltà, cioè dalla bontà e dalla tenerezza, dalla comprensione e dalla condivisione.
Gianfranco Ravasi (biblista e teologo)
Articolo tratto dal mensile Jesus



martedì 12 giugno 2012

INTERVISTA A JOSEPH RATZINGER

Esclusivo
Intervista a Joseph Ratzinger
Alcune domande difficili al futuro Papa
A cura di Maria Mezzina

Aveva promesso che sarebbe venuto, ma che non aveva tempo di preparare una relazione. Poi ha spiegato che in realtà aveva pensato che sarebbe stato meglio ascoltare cosa avevamo da chiedere e da lì partire per esprimere il suo pensiero.
Era il giugno del 1999 e il Cardinale Joseph Ratzinger avrebbe concluso il ciclo di incontri su "I diritti dell'uomo" in programma per quell'anno. Al futuro Papa avevamo chiesto di parlare del "Diritto alla vita". Il teatro era stracolmo e non c'è stato bisogno di intervenire. L'intervista al Cardinale è andata avanti per oltre due ore con domande che venivano dal pubblico in una sala affollata soprattutto di giovani.
Non è facile sintetizzare quello che ha detto. Su queste pagine ci proviamo.

Difesa dell'ambiente
Ritiene che la difesa della vita debba includere anche la difesa dell'intero pianeta?
Il tema della difesa dell'ambiente ci riguarda tutti, ma va visto anche dal punto di vista di coloro che popolano i paesi le cui risorse naturali noi europei e occidentali vogliamo difendere. I popoli dell'America latina rivendicano il diritto di poter usare le risorse per il progresso economico e tecnologico dei loro paesi. È una posizione legittima. Loro non sono semplicemente la riserva del mondo, ma sono un popolo con propri diritti, che deve poter usare delle loro riserve naturali. La protezione dell'ambiente va quindi vista in modo differenziato perché siano protetti i beni della terra essenziali per tutti: per noi, il mondo cosiddetto sviluppato, e per questi popoli. Occorre trovare il giusto equilibrio tra il rispetto assolutamente necessario delle insostituibili riserve della natura - che vanno specificate molto bene -, i diritti dell'uomo allo sviluppo e all'uso dei beni della terra, e le necessità di tante generazioni future.
Questi popoli ci dicono "un europeo consuma nella sua vita riserve della terra pari a quelle che nelle nostre terre consumano 200 o 300 persone. Se voi viveste come viviamo noi, non ci sarebbe bisogno di questo modo di sfruttare e abusare la terra."
Non bastano allora, anche se sono importanti, le manifestazioni. Con il nostro stile di vita noi consumiamo risorse della terra quante mai nessuno in Asia o in America Latina potrebbe fare. Allora in gioco siamo proprio noi, perché occorre cambiare il nostro stile di vita. E questo è un problema di grandissima importanza. La questione ambientale non si risolve se non ci impegniamo a riflettere su che cos'è l'uomo e come deve vivere perché sia salvaguardato l'equilibrio tra l'uomo e il mondo, tra i beni del mondo e la nostra terra. Nelle grandi conferenze, utilissime, di solito si commette l'errore di non dire che questa questione mette in gioco ognuno di noi molto personalmente.
Occorre quindi una nuova educazione a una vita, direi, più ascetica. Una vita più guidata dai valori spirituali e perciò più capace di rinunciare a valori materiali è una condizione fondamentale per affrontare questo problema.
Violenza sessuale e aborto
Come giudicare l'aborto nel caso in cui questo venga deciso in seguito a violenza sessuale?
L'aborto nel caso di donne violentate è un problema molto difficile. È comprensibile la situazione disperata di queste donne, la loro difficoltà ad amare una creatura imposta contro la loro volontà, nella quale si esprime anche la faccia dell'altro violento; uno che voleva soltanto distruggere l'onore di questa persona considerandola solo un essere a sua disposizione. Prevedere qui l'amore materno, il sì ad una creatura creata in questo modo è molto difficile. Perciò la Chiesa ha comprensione per le persone in queste situazioni difficili. Dall'altra parte però, perché essere già sicuri che questa nuova creatura possa essere soltanto un essere negativo, uno da escludere? È un uomo, è una persona umana. Per questo sta già nella sfera del diritto che non è più mio ma è quello di Dio. Invece di spingere le donne ad abortire dovremmo aiutare a trovare uno spazio adeguato per queste povere creature che, forse potrebbero essere anche creature con grande valore. Tante grandi personalità sono nate in situazioni difficili. Pensiamo a Beethoven, il padre era un ubriacone e era malato. Ricordo che un maestro di religione dopo avere descritto la situazione della famiglia Beethoven - senza menzionare il nome -, chiese se era possibile e giusto abortire in quel caso. Quasi tutti risposero che certamente, in quel caso, era giusto abortire. E invece, quello era l'uomo che ha dato all'umanità valori che sono indimenticabili. Perciò direi di non rispondere con la morte, ma di rispondere con l'accoglienza che aiuta la donna. E, forse, se la donna non è in grado di accettare il bambino, prevedere l'adozione e aprire spazi di amore. Mi sembra questa una risposta molto migliore. È come se, in altri termini, si tornasse di nuovo al problema della legittima difesa: in questo caso abortire sembra essere la legittima difesa. In realtà, però, si crea un nuovo male dal momento che si uccide una creatura innocente. La risposta non può essere rispondere al male creando un nuovo male, con l'intenzione di distruggere il male fatto. La vera risposta è aprire spazi di amore dove si può creare e sviluppare una vera vita umana.
Controllo delle nascite
Qual'è il suo pensiero sul problema del controllo delle nascite in relazione al peso che lo sviluppo demografico può avere sull'ambiente?
Ecco qui un problema gravissimo al quale preferisco riferirmi come al problema della paternità e maternità responsabili. E cioè nel dare la vita a una nuova creatura umana, devo anche pensare al futuro di questa creatura. Se potrà cioè vivere una degna del suo essere uomo; se troverà un pianeta nel quale poter vivere; se potrà inserirsi in una comunità umana che offra possibilità di sviluppo e di comunione umana. Anche nelle nostre zone più o meno benestanti ogni coppia si domanda quali possibilità ha di educare i bambini, di prepararli alla vita e di dare loro una certa sicurezza o almeno la possibilità che siano sufficientemente preparati per la vita e che vi trovino il loro posto nella vita. Una preoccupazione che il contesto mondiale tende ad aggravare.
La Chiesa non si oppone, al contrario propone una paternità e maternità responsabili. Ma è del parere che una soluzione per così dire tecnica, non risponde alla sfida e alla dignità dell'essere umano. La Chiesa ritiene che il problema demografico deve essere considerato per così dire in una rosa di valori.
Innanzi tutto la diffusione dei mezzi di contraccezione non risponde alla serietà del problema umano e provoca anzi una falsificazione anche delle relazioni tra uomo e donna. Perché, da spazio sacro, in cui due persone si incontrano per la vita e per dare spazio a nuove generazioni in modo responsabile, diventa possibilità di un modo anche egoistico di incontrarsi. La diffusione della pillola e dei preservativi ha creato una rivoluzione sessuale nel senso che realmente la concezione delle relazioni tra uomo e donna è cambiata profondamente. Nel terzo mondo hanno contribuito a distruggere una cultura morale dagli effetti veramente distruttivi. La grande esplosione dell'aids in Africa e in altre parti del mondo risulta anche dalla distruzione di una cultura morale che esisteva. I vescovi dicono che, se per prevenire il pericolo dell'Aids semplicemente si distribuiscono preservativi, il senso morale si perde ancora più e il mezzo diventa realmente una contro-educazione nella quale non si risana, ma si estendono sempre di più comportamenti che si sono dimostrati distruttivi. Perciò la Chiesa dice che la procreazione responsabile deve venire da un concetto di comune responsabilità morale dell'uno e dell'altro. Nel rispetto comune poi si trova la strada, che è fatta di volontà e di affetto, ma anche di pazienza e di amore che creano un altro clima e sono una garanzia più sicura.
C'è poi il fatto, di cui abbiamo già parlato, che dobbiamo cambiare il nostro modo egoistico di vivere e di "consumare" il mondo. Se vediamo nelle generazioni future soprattutto una minaccia contro di noi e una minaccia contro la terra, siamo su una strada almeno unilaterale. La vita umana, le persone sono una miniera, per così dire, di creatività e solo dalla creatività umana, solo nel cervello e nel cuore umano sta la possibilità di affrontare il problema del futuro. Perciò dobbiamo convincerci che la vera difesa del futuro sono i bambini. Invece, con il nostro attuale modo di agire vogliamo soprattutto conservare il nostro spazio, troppo ampio, direi, irresponsabile, e perdiamo le risorse del futuro, le vere risorse. Che non sono minerali o cose, sono i cuori umani e la loro creatività. Inoltre l'Europa cambia. Per ora c'è ancora un certo equilibrio, ma stanno arrivando altre popolazioni che non hanno le stesse preoccupazioni. Noi non abbiamo più le risorse del futuro (conosciamo bene il problema del pensionamento), la situazione diventerà sempre più difficile perché lo squilibrio tra le generazioni si farà più sensibile. Quindi anche questo dobbiamo tenere presente.
C'è poi un terzo punto. Abbiamo paura della mancanza di risorse sulla terra però distruggiamo gli alimenti. Oggi non si paga più per il grano o per l'uva prodotta, ma per la loro distruzione per evitare la sovrapproduzione. Questa politica che costringe i nostri agricoltori a non produrre e anzi a distruggere i prodotti per conservare l'equilibrio del mercato, mentre sulla terra da altre parti c'è tanta fame, mi sembra incredibile. E ancora non si è trovato il modo di ridistribuire questi prodotti anziché distruggerli o impedire che vengano prodotti.
Ancora una volta, quindi, vediamo che la nostra cultura è in modo molto unilaterale dominata dalla paura di conservare il nostro livello di vita materiale. È una cultura determinata da valori molto fragili e anzi negativi, direi. Credo che dovrebbe realizzarsi una certa rivoluzione morale per arrivare a un nuovo modo di vivere, e di distribuire le ricchezze della terra, e a un nuovo modo di vedere la creatività dell'uomo. In questo momento è il mercato il vero dittatore dell'umanità. Non è più l'uomo che trae profitto dal mercato, ma l'uomo serve il mercato, è schiavo del mercato.
Parlando del problema demografico dobbiamo tenere presente tutti questi aspetti di una cultura che in buona parte è anche sbagliata, perché è sottomessa a una dittatura di valori materiali che non tengono conto della profondità e del valore dell'essere umano.
Non nego la gravità del problema, sul quale anche la Chiesa deve seriamente riflettere. Non credo che i rimedi semplici che vengono imposti, provengano dalla riflessione più matura e più profonda sulle soluzioni più adeguate.
Legittima difesa
Quale è la posizione della Chiesa sul tema della legittima difesa, soprattutto nel contesto di guerre nelle quali sono portati avanti progetti di pulizia etnica?
La legittima difesa implica sia la legittima difesa di una persona aggredita ingiustamente da un'altra, sia anche la difesa, diciamo, collettiva e in caso di guerra. Posso dire che nella preparazione del Catechismo le due discussioni più difficili, più lunghe, più complicate sono state quelle sulla pena di morte - se può essere pensata come una specie di legittima difesa - e sulla "guerra giusta", se ci può essere una guerra "giusta".
Noi forse non oseremo dire che esiste questo diritto a una legittima difesa se non avessimo dall'inizio, dalla Scrittura, dai Padri questa certezza che l'uomo ha il diritto di difendere la sua vita contro un ingiusto aggressore. Anzi la Tradizione ci dice che se l'aggredito ha la responsabilità di altre persone - per esempio un padre di una famiglia o casi simili -, non solo c'è il diritto di difendersi, ma anche il dovere di difendersi a causa di questa responsabilità. Naturalmente sempre con mezzi proporzionati e, solo in caso estremo, anche con il rischio che l'altro sia ucciso.
Naturalmente esiste anche il diritto di sacrificarsi, se non c'è questa responsabilità di altri. Ma occorre considerare bene se in caso di aggressione ingiusta il sacrificio abbia veramente valore. La casistica può offrire solo alcuni principi ma non la risposta ultima.
Ma il problema non è questo caso eccezionale. È quello della legittima difesa in generale, sia del singolo, sia di una comunità nazionale o internazionale. La seconda guerra mondiale e, fino a un certo punto, anche la guerra del Kosovo sono un esemplificazione di come possa diventare necessario intervenire contro la minaccia criminale di distruggere vite umane e grandi valori necessari alla vita umana. Se nel '39-'40 gli alleati non fossero intervenuti contro il dittatore non sappiamo quante e quali misure di distruzioni umane avremmo ancora avuto. E una cosa simile, anche se in altre dimensioni, è avvenuto nel Kosovo con questa pulizia etnica. Anche se qui il problema di fondo era demografico. A causa, infatti, della grandissima denatalità serba e dell'altissima natalità degli albanesi musulmani, le previsioni erano che in trent'anni gli albanesi musulmani sarebbero stati la maggioranza nella Jugoslavia. Così i serbi si sentivano minacciati, e si capisce anche che nasca questo senso di autodifesa e che la pulizia etnica prenda il suo corso.
Se si realizzano perdite collettive di un valore, e se queste minacce collettive non minacciano soltanto tanti uomini ma la stessa concezione del diritto umano alla vita è necessario intervenire. Ma naturalmente sempre con i mezzi proporzionati.
Nella minaccia della guerra atomica era questa la grande questione: se cioè la guerra atomica poteva essere un mezzo morale, ma se era possibile difendere la moralità con l'immoralità. Perciò il mezzo deve avere una misura morale e non deve provocare crimini più grandi o forse grandi come quelli ai quali si vuole rispondere. La difficoltà, allora, sta nella ponderazione dei beni; se si tratta realmente di legittima difesa e se i mezzi a disposizione sono tali da entrare ancora nella moralità, e possano quindi essere usati in difesa della moralità e della vita umana, o se eccedono questa misura e quindi non sono più appropriati per difendere quanto è da difendere.
Di tutte le discussioni che abbiamo avuto nella preparazione del Catechismo alla fine è rimasto che la situazione della difesa legittima, sia individuale, sia collettiva, come tale esiste ed è da accettare, da riconoscere. Naturalmente con una ponderazione molto diligente della proporzionalità dei mezzi adeguati e del successo; se il successo realmente ristabilisce i valori oppure no e se, alla fine, la distruzione è ancora più grande. Si tratta quindi di una possibilità. In certi casi, anzi, è un dovere morale, ma con aspetti concreti da valutare molto responsabilmente.


Pubblicato su Politica Domani Num 48/49 - Giu/Lug 2005

domenica 20 maggio 2012

LA RAGIONEVOLEZZA DELLA FEDE IN DIO


La traccia di Dio nel mondo, da cui oggi dobbiamo prendere le mosse, è l’uomo, siamo noi stessi. Tuttavia questa traccia ha la peculiarità di coincidere con il suo scopritore, e dunque di non esistere indipendentemente da lui. Quando noi, vittime dello scientismo, non crediamo più in noi stessi, chi e che cosa siamo, quando ci lasciamo persuadere di essere soltanto macchine per la diffusione dei nostri geni, quando consideriamo la nostra ragione soltanto come prodotto di un adattamento evolutivo, che non ha nulla a che fare con la verità, e quando l’autocontradditorietà di questa affermazione non ci sgomenta, allora non possiamo attendere che qualcosa ci possa convincere dell’esistenza di Dio. Come ho già detto, infatti, questa traccia di Dio che siamo noi stessi non esiste senza che noi lo vogliamo, anche se – grazie a Dio – Dio esiste del tutto indipendentemente dal fatto che noi lo riconosciamo, che sappiamo di Lui o Lo ringraziamo. Ciò che possiamo cancellare è solo noi stessi.
Il concetto della somiglianza dell’uomo con Dio, spesso utilizzato solo come una metafora edificante, assume oggi un preciso e inatteso significato. Somiglianza con Dio significa capacità di verità. Laddove l’amore non è altro che la verità realizzata. L’amore si può definire come il divenire reale dell’altro per me. Nessun concetto per il messaggio neotestamentario ha un significato così centrale come il concetto di verità. “Per questo sono nato e sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità”, risponde Cristo alla domanda di Pilato se Egli sia un re. Questa risposta sta fino ad oggi accanto alla domanda di Pilato: “Che cos’è la verità?”
La personalità dell’uomo sta e coincide con la sua capacità di verità. Questo viene oggi posto in questione da biologi, teorici dell’evoluzione e delle neuroscienze. Non posso entrare nella discussione che si è sviluppata al riguardo. Vorrei soltanto dire che ogni visione puramente spiritualistica dell’uomo viene oggi inglobata dal naturalismo. Per il naturalismo tuttavia la conoscenza non è ciò che essa stessa considera di essere. La conoscenza non ci illumina su ciò che è, ma consiste in adattamenti all’ambiente finalizzati alla sopravvivenza. Tuttavia come possiamo sapere questo, se non possiamo sapere nulla? Il fatto che l’uomo sia completamente natura, un essere naturale uscito fuori dalla vita subumana, può non essere letale per l’autocomprensione dell’uomo solo a condizione che la natura, per parte sua, sia stata creata da Dio e la creazione dell’uomo corrisponda ad una intenzione divina. Per questo non è necessario che il processo evolutivo, che io con Darwin preferisco definire come processo di discendenza, venga inteso comeprocesso teleologico, vale a dire che in esso il generatore del nuovo non sia il caso. Ciò che è il caso visto dal punto di vista della scienza naturale, può essere intenzione divina tanto quanto ciò che è riconoscibile per noi come processo orientato verso un fine. Dio agisce tanto attraverso il caso quanto attraverso leggi naturali. Se i biologi parlano di “folgorazione” e di “emergenza” per esorcizzare con le parole l’inesplicabile, credere in Dio significa allora avere un nome per questa irruzione del nuovo, un nome che, in fondo, non riduca il nuovo soltanto all’antico, il nome “creazione”. La capacità di verità si può comprendere soltanto come creazione.
Vorrei chiarire ciò che penso, il fatto cioè che la verità presuppone Dio, con un ultimo esempio, una dimostrazione di Dio che sia, per così dire, Nietzsche-resistente, una dimostrazione di Dio a partire dalla grammatica, più esattamente dal cosiddetto Futurum exactum (il futuro anteriore). Il Futurum exactum, il secondo futuro è per noi necessariamente connesso al presente. Dire di qualcosa che è adesso, equivale a dire nel futuro che quella cosa è stata. In questo senso ogni verità è eterna. Il fatto che il 10 dicembre 2009 numerose persone siano riunite a Roma per una conferenza di Robert Spaemann su “Razionalità e fede in Dio” non è vero solo oggi, ma è vero per sempre. Se noi oggi siamo qui, noi domani saremo stati qui. Come passato, come essere stato del futuro presente, il presente rimane sempre reale, sempre passato reale. Tuttavia di che tipo è questa realtà? Si potrebbe dire: come visibilità nelle tracce che essa lascia con la sua azione causale. Tuttavia queste tracce si diradano sempre di più. E restano tracce fintantoché ciò che le ha lasciate, viene esso stesso ricordato.
Fintantochè il passato viene ricordato, non è difficile rispondere alla domanda sul genere del suo essere. Ha la sua realtà appunto nell’essere ricordato. Tuttavia il ricordo prima o poi svanisce. E prima o poi nessun uomo ci sarà più sulla terra. Alla fine perfino la terra scomparirà. Poiché al passato appartiene sempre un presente, del quale il passato è passato, dovremmo dunque dire che con il presente che ricordiamo scompare anche il passato, e il futuro anteriore perde il suo significato. Tuttavia è proprio questo che non possiamo pensare. La proposizione “nel futuro più lontano non sarà più vero che noi questa sera eravamo riuniti qui” è insensata. Non si lascia pensare. Se noi un giorno non saremo più stati, allora noi di fatto non siamo reali neanche adesso, così come il Buddismo afferma in modo consequenziale. Se la realtà presente un giorno non sarà più stata presente, allora essa non è affatto reale. Chi elimina il futuro anteriore elimina il presente.
Tuttavia, ancora una volta: di quale tipo è questa realtà del passato, l’eterno essere vera di ogni verità? L’unica risposta suona così: siamo costretti a pensare una coscienza che custodisce tutto ciò che accade, una coscienza assoluta. Nessuna parola pronunciata un giorno sarà un giorno non pronunciata, nessun dolore non sofferto, nessuna gioia non vissuta. Il passato può diradare, ma non si può fare in modo che non sia stato. Se la realtà esiste, allora il futuro anteriore è inevitabile e con esso il postulato del Dio reale.
“Io temo”, così scrive Nietzsche, “che non ci libereremo di Dio finchè continuiamo a credere alla grammatica”. Il problema è che non possiamo fare a meno di credere alla grammatica. Anche Nietzsche ha potuto scrivere quello che scrisse soltanto perché ha affidato alla grammatica ciò che ha voluto dire.

Estratto dalla relazione tenuta da Robert Spaemann all’Evento Internazionale “Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto”, Roma, 10 dicembre 2009

(traduzione di Leonardo Allodi)

sabato 19 maggio 2012

"La croce e il mistero della dignità umana" di Robert Spaemann

La dignità umana non ha una «ragione» biologica, ma avere dignità è una conseguenza dell’appartenenza biologica alla famiglia degli esseri liberi: i rapporti familiari sono anche rapporti personali. Quello di padre, madre, sorella, fratello, nonno e via dicendo è – in contrasto con gli animali – un ruolo che dura tutta la vita.
          È perciò irrilevante che un singolo membro della famiglia abbia avuto, abbia o avrà mai quelle proprietà che c’inducono a parlare di persone, quelle proprietà, cioè, in cui la dignità si manifesta come fenomeno. Il detto comune che la dignità umana vada rispettata si fonda su una peculiare ambivalenza nel pensiero di un soggetto libero. Un’ambivalenza della quale scaturiscono due percezioni diverse riguardanti ciò che costituisce una violazione di tale dignità, definita «inviolabile» (unantastbar) della Costituzione tedesca, nel cui commento standard è giustamente specificato che tale aggettivo va interpretato in senso normativo, non descrittivo. «Inviolabile», dopotutto, potrebbe significare che è impossibile violare una certa cosa, come pure che quella cosa non deve essere violata. Entrambi i significati affondano la loro comune radice nel fatto che gli esseri umani sono, da una parte, persone, soggetti liberi, e come tali non possono essere toccati e violati dall’esterno.
          La tradizione cristiana ha come proprio simbolo centrale l’immagine di qualcuno che in apparenza è totalmente privato della sua dignità, denudato e crocifisso, ma al tempo stesso, proprio come tale è onorato con la più profonda reverenza possibile. È secondo questa tradizione che va interpretata la scena del re Lear di Shakespeare in cui il conte di Kent offre i propri servigi al vecchio re, scacciato dalle figlie e in pieno declino. Quando Lear obietta di non essere nessuno, Kent risponde: «C’è nel vostro aspetto qualcosa che m’induce a chiamarvi padrone». Qui la dignità regale non deriva dal potere regale. La dignità regale corrobora la rivendicazione del potere, ma esiste a prescindere dal fatto che tale rivendicazione del potere, ma esiste a prescindere dal fatto che tale rivendicazione si realizzi.
          Anche l’estremità inferiore della scala sociale troviamo esemplificata la qualità della dignità. Il servizio comporta una dignità speciale, una dignità che impedisce a chi la possiede di essere un semplice esecutore degli ordini.
          È questa, e non una generica «dignità umana», a dare al servitore il senso particolare della propria importanza di fronte al suo padrone. Ci sono condotte, azioni e situazioni che dimostrano quella qualità in modo speciale. Ce ne sono altre in cui anche solo un accenno di dignità evocherebbe immediatamente un senso di ridicola affettazione. Ce ne sono poi altre ancora alle quali è associato il carattere dell’indegnità come una qualità negativa che degrada l’agente. L’indegnità può appartenere soltanto alle azioni e agli atteggiamenti delle persone, vale a dire di essere liberi ai quali attribuiamo almeno un certo grado di dignità (se non vogliamo sentirci in imbarazzo per loro). Il risentimento, l’odio e il fanatismo sono atteggiamenti totalmente opposti alla dignità. Umiliare deliberatamente chi è più debole è poco dignitoso quanto battere in ritirata dinanzi ai più forti. La dignità umana è così inviolabile che nessuno ce la può togliere. Soltanto noi possiamo rinunciarvi.
          Tutto ciò che gli altri possono fare è offendere la nostra dignità non rispettandola. Nel qual caso, però, non riescono a privarcene. Non sono stati Massimiliano Kolbe e Kaplan Popieluszko a perdere la propria dignità, bensì i loro assassini. Ciò che invece è possibile togliere a un altro è l’opportunità di presentarsi dignitosamente. Se la legge romana proibiva di crocefiggere i cittadini romani non era soltanto perché la crocifissione era più dolorosa della decapitazione, ma soprattutto perché esponeva la vittima allo sguardo di tutti, privandola della possibilità di presentarsi. La vittima giustiziata stava di fronte agli altri in un confronto che, dal suo punto di vista ,mancava del carattere di «auto-rivelazione» essenziale per la comunicazione personale.
          Obiettivamente, è una situazione priva di dignità. Lo stesso valeva per la gogna, che sottoponeva il reo a una situazione di oggettiva indegnità. Così il Crocifisso rimane esposto da secoli al nostro sguardo, ma come oggetto di culto. La croce rappresenta il balzo gigantesco verso la radicale interiorizzazione del concetto di dignità, verso la consapevolezza di qualcosa, nel fenomeno della dignità, che è velato e svelato al tempo stesso.
Pubblicato da Avvenire il 26/10/2011

giovedì 10 maggio 2012

«Sei un eretico!». Fatti e misfatti del cattolicesimo on line

Una gustosa riflessione di un gesuita della rivista «America» sui commenti alle opinioni sul cattolicesimo espresse attraverso il web

Mi domando se si possa ancora dire qualcosa sulla fede cattolica senza che qualcuno si senta offeso. Non importa quanto sia benevolo, ormai nessun commento sul web che abbia per argomento il cattolicesimo passa indenne. Vale per i blog, Facebook, Twitter, Youtube ma anche per tutto il resto. Dirò di più: l'idea di provare a capire una persona leggendo sul serio e con attenzione quello che scrive, o almeno riconoscergli il beneficio del dubbio, è un'abitudine che va scomparendo rapidamente dal discorso cattolico. Indipendentemente da quanto scrivi, ci sono sempre cattolici pronti a partire immediatamente all'attacco, a esplodere in un giusto sdegno, a minacciare di denunciarti all'autorità competente e, soprattutto, a
 correggerti
. Le risposte più comuni sono queste cinque: 1) La tua anima è in pericolo mortale. 2) Sei ignorante e hai bisogno di essere istruito. 3) Odio la Chiesa e quindi odio anche te. 4) Sei un burattino senza cervello del Vaticano. 5) Sei disobbediente e devi essere denunciato.
Quello che segue è un dialogo non poi così fantasioso, basato su alcune esperienze molto, molto vere. Credetemi, è davvero difficile non esplodere...


Io: Amo Gesù

Padre Martin, con tutto il rispetto, non voglio apparire critico, soprattutto con un prete, ma mi corre l'obbligo di segnalare che nel suo ultimo post non ha detto "Gesù Cristo". Come sa Cristo viene dalla parola greca Christos, che significa l'Unto del Signore (anni fa tutti i gesuiti sapevano il greco, ma ora forse non più) ed è il nome con cui la Santa Madre Chiesa solitamente esprime la divinità del Signore. Padre, lei non crede nella divinità di Nostro Signore Benedetto? Mi viene il terrore al sol pensiero di concludere che lei qui stia anche negando la Resurrezione. Padre, pregherò con fervore affinché lei non cada in errore, cosa di cui ho avuto il timore nonappena ho letto questo post e ho riletto la voce «eresia» nel mio manuale teologico di riferimento che tengo sempre a portata di mano. Prego ogni sera per la gente gravemente fuori strada come lei, padre, e le devo dire anche questo: la mia coscienza mi obbliga a correggere i suoi errori. Non ha paura per la sua anima?
Io: Lei mi sta fraintendendo. Ovviamente io credo nella divinità di Cristo. E nella Resurrezione.
Padre, mi perdoni per questa sottolineatura, ma non ho potuto fare a meno di notare che nel suo ultimo commento ha detto di credere nella divinità di Cristo. E la sua umanità? Come lei sa (o almeno spero che i gesuiti lo insegnino ancora, perché sa io ho frequentato una scuola cattolica...) diversi concili ecumenici hanno detto una paroladefinitiva sulla sua umanità (vedi quello di Efeso, nel 431 d.C:). Penso che lei comprenda che cosa significa, padre. Vuol dire che Gesù era un uomo in carne ed ossa (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 464). Mi corre l'obbligo di chiederle: lei crede che sia divino e non umano? Questa, lo sa padre, è un'eresia e ho davvero tanta paura per la nostra Chiesa se ai preti è permesso di diffondere degli errori teologici così gravi. Vorrei umilmente ricordarle che questa è l'eresia del docetismo (Nicea, 325 d.C., Catechismo n. 465), dottrina nella quale Gesù Cristo non era considerato un essere umano; per loro Dio semplicemente "recitava" (come era solito spiegare alla nostra classe il mio caro professore di teologia) da essere umano. Sicuramente lei non sta suggerendo questo, vero padre? Non è un docetista, vero? (O, ancora peggio, un monofisita?). Per favore mi mandi il suo indirizzo email e le invierò tutti i riferimenti ai concili in modo che possa leggerli, studiarli e pregarci sopra. Le farò il favore di attendere una sua risposta prima di avviare qualsiasi procedura canonica nei suoi confronti.
Io: Guardi, io credo sia nella divinità sia nell'umanità di Cristo. Stavo solo dicendo che amo Gesù. Possiamo andare avanti adesso?
Non ho seguito questa discussione e non so da dove sia partita, ma lei VERAMENTE nel suo ultimo commento ha detto: "andiamo avanti"? Ma lei lo sa che cosa SIGNIFICA per un prete dire a un laico come me "andiamo avanti"? Lo sa quanto siamo STANCHI di preti come lei che ci dicono che cosa dobbiamo fare? Andrò avanti quando IO VORRO' andare avanti! È proprio da questa ARROGANZA tutta clericale che è nato lo scandalo degli abusi sessuali. È questo ciò che vuoi, Martin, il ritorno agli abusi sessuali?!! E che dire di quel "Guardi" all'inizio della tua replica altezzosa? Che cosa vorrebbe dire? Francamente lo trovo incredibilmente insultante. Chi ti credi di essere? Penso che tu non possa nemmeno immaginare la rabbia che la gente come me prova nei confronti di preti come te. Mi piacevano i gesuiti una volta, quando si prendevano cura dei poveri. Ora tutto quello che fate è dare da mangiare ai RICCHI nelle vostre scuole. GUARDA - proprio come dici tu - ho studiato anch'io teologia, sono cattolico da una vita (indipendentemente da QUANTO qualsiasi prete o vescovo mi dicono) e non ho bisogno di nessuno che mi dica di "guardare" a niente. Da NESSUN prete!!! Io ci vedo molto bene, grazie a voi. Vedo che cosa la Chiesa sta diventando. Leggi i giornali!!! È tutto un appiattire il laicato. Hai mai SENTITO parlare del Vaticano II??? Per tutti quelli tra voi che sono arrabbiati come me, e STANCHI di essere trattati come SPAZZATURA dal clero, scrivete ai superiori di Martin. Chiedetemi l'amicizia su Facebook e vi darò gli indirizzi, che ho trovato on line sul sito www.SonoDisgustatoDallaChiesa.com. Intanto cominciate a smettere di comprare i suoi libri.
Io: Mi dispiace di aver detto: "Guardi". Per chiarire: io credo che Gesù Cristo è pienamente umano e pienamente divino. Volevo semplicemente evitare di discutere sulla mia personale vita spirituale.
Ho appena ricevuto un Google alert su "discutere" e "cattolico" e sono arrivato a questo sito. Non ho letto il post originale ma non posso credere a quest'ultimo commento. L'ho dovuto leggere due volte. Stai scherzando, vero, James? Vuoi "evitare di discutere"? Già, è proprio quello che il Vaticano vuole che i preti facciano... soffocare ogni discussione legittima su un tema anche solo lontanamente controverso... evitare che la gente pensi! È proprio l'atteggiamento gretto, anti-intellettuale, corrosivo dell'anima che avevo (erroneamente) pensato fosse morto con l'Inquisizione. (Sul quale peraltro ho appena letto un libro di quelli che aprono gli occhi e che si intitola La Chiesa è il tuo nemico, libro che probabilmente tu non sei autorizzato a leggere). Del resto tutti voi gesuiti prendete ordini dal papa, non è vero? Ho letto tutto sul vostro quarto voto segreto, sul vostro "voto di obbedienza cieca" al papa e di come non siete autorizzati a pensare per conto vostro... che assurdità. I marines del papa? Capisco perché per le S.S. Hitler aveva preso esempio da voi. Non mi sorprende. L'ho visto ieri sera su www.ChiSonoiMarinesDelPapa.com (e pure su un documentario molto istruttivo andato in onda su History Channel 2). Inutile dire che ripetete qualsiasi cosa il Vaticano o i vostri superiori vi dicono, indipendentemente da quanto sia offensivo o ridicolo o anche oppressivo. Tra questi ordini c'è anche "nessun dibattito", come si può vedere dal tuo commento qui sopra... Non importa se la gente è costretta a lasciare la Chiesa... non li lasciate pensare! Scommetto che odiate le donne, pure.

Io: Non intendevo soffocare il dibattito. Comunque, il nostro quarto voto è di obbedienza al papa "riguardo alle missioni". Ha molto più a che fare col fatto che i gesuiti devono essere disponibili ad andare dove il papa li manda.
Ho visto un link a questo commento sconcertante sul sito www.SoloNoiSiamoLaVeraChiesa.com. Sta dicendo che lei non obbedisce al Sommo Pontefice? Come può ancora essere considerato un prete (sacerdos) in piena regola? Scommetto che al prefetto della Congregazione per i religiosi piacerebbe sapere qualcosa della sua malsana idea dell' "obbedienza". È corretto dire che lei ritiene che i gesuiti possono scegliere a quali dottrine essere obbedienti? Datemi un bravo gesuita vecchio stile, un vero gesuita, di quelli che non avevano paura di dire la Verità, di quelli che insegnavano il vero cattolicesimo romano, non un hippy, sinistroide, insipido, cattolico da caffetteria come è ovviamente lei, il suo commento lo dimostra. Non se ne vergogna? Perché non indossa il colletto? Stavo giusto leggendo sul suo ordine il sito www.IoOdioDavveroIGesuitiDiSinistra.com; sì, racconta tutto sul gruppo che in passato era noto come Societas Iesu (che significa Società di Gesù, nel caso come molti gesuiti lei non sappia il latino). Da qualche altra parte ho anche letto che le vostre vocazioni sono in calo vertiginoso. Non posso certo dire di essere sorpreso. È grazie a «preti» come lei che hanno dimenticato completamente che cosa significa essere pienamente obbedienti al Magistero. Quando penso alla storia gloriosa dei santi e martiri gesuiti (un giorno vorrà pur leggere qualcosa sui martiri del Nord America, quando non sarà troppo impegnato a contestare la Chiesa) e a come invece è andata a finire con voi, mi sentirei meno di un uomo se non versassi lacrime amare. Per parte mia ringrazio devotamente Dio in ginocchio ogni sera per il fatto che sia ancora rimasto almeno qualche ordine religioso che è pienamente obbediente alla Chiesa Cattolica Romana. Stia sicuro che la Congregazione riceverà una mia lettera in cui riferirò il suo ultimo commento oltraggioso. E prego che questo sia il suo "ultimo" commento, se ha capito quello che voglio dire.
Io: Non capisco come un semplice commento possa degenerare in una lite. Non potremmo concedere all'altro almeno il beneficio del dubbio?
Padre, ho appena letto il suo ultimo commento essendo finito su questa pagina. Non ho letto il post originale dal momento che ora sono troppo occupato, ma voglio dirle questo: è proprio quello che la gente dice quando ha paura dei fatti: "Concedete il beneficio del dubbio". Bene. È proprio quel genere di stupidaggini rammollite e buoniste che la gente dice quando ha paura di essere colta in errore. Di che cosa ha paura?

Io: Io non ho paura di nulla.
E allora perché non è pronto ad attaccare, giudicare e condannare gli altri?
Io: Io amo Gesù
James Martin | 21 aprile 2012
Articolo tratto dalla rivista  Note di Pastorale Giovanile

Passio Sanctae Ceciliae

Liturgia delle Ore